Nisida, l’altra madre ed una società matrigna

Il grido di aiuto del direttore dell’Istituto Penitenziario Minorile.

Nisida è l’isola che rappresenta un importante pezzo della storia napoletana. Qui si vuole che Ulisse approdò per affrontare Polifemo. È il fiore all’occhiello del nostro arcipelago, ma anche luogo di disperazione e di ricostruzione. In molti fanno la fila per entrare a Nisida. C’è sempre qualcuno che sulla piccola isola - considerata uno dei posti più belli, con un panorama mozzafiato e sullo sfondo il mare e le isole del golfo di Napoli – è disposto a mettere in scena uno spettacolo, ad organizzare un convegno, a proporre un progetto (meglio se dura poco). C’è sempre qualcuno pronto a farsi vedere sull’isola, tanto le telecamere sono assicurate. Poi, spente le lucette, tutto resta nelle mani degli operatori e di un direttore che si inventa di tutto pur di dare un’opportunità a quei ragazzi, per far vivere in loro la speranza di chi lì è ospite per forza. Si, perché Nisida non è un luogo di villeggiatura, non è un grande albergo e neanche un residence dorato. Nisida è l’isola sulla quale sorge l’Istituto Penitenziario Minorile. Lì, sin dall’800, arrivano i ragazzi che hanno già il destino segnato. E Gianluca Guida, l’infaticabile direttore dell’Istituto, prova a raddrizzare i solchi storti delle loro vite.

Ho letto l’intervista che Gianluca Guida ha rilasciato a Daniela De Crescenzo e pubblicata sule pagine de Il Mattino di Napoli del 28 febbraio 2019, poi ripresa da Avvenire il 3 marzo successivo. Un’intervista che io definirei un vero grido di allarme. Un grido di allarme, pronunciato con parole pacate, come è nello stile di Gianluca Guida, ma che per me rappresenta una forte presa di posizione nei confronti di una borghesia sorda, distratta, cieca (come lo divenne Polifemo), che in larga misura se ne frega dei disagi e dei problemi degli altri. Dall’intervista si comprende molto chiaramente che dei suoi ragazzi, solo per due di loro, dopo l’esperienza del riformatorio, si è riusciti a trovare una forma di reinserimento sociale e lavorativo. Inserimento che ora sarebbe messo seriamente a rischio a causa della crisi economica che attraversano i settori nei quali i ragazzi avevano trovato un impiego (una cooperativa sociale che si occupa di stranieri ed un negozio di abbigliamento autogestito).

Chi finisce per varcare la grande porta d’ingresso che conduce all’Istituto Minorile di Nisida viene da quello spaccato di società che molto realisticamente ci ha rappresentato Roberto Saviano in “La paranza dei bambini”. Un contesto di disadattamento che non lascia spazio ad altre vie se non a quella della devianza, della delinquenza, del crimine. Chi arriva qui ha già un destino segnato. Nel lungo e impegnativo percorso rieducativo, dice Gianluca Guida - fatto di corsi di alfabetizzazione, di recupero delle capacità personali, di ricostruzione della loro identità e delle competenze manuali, dei laboratori di pasticceria, di cucina, di ceramica, di percorsi naturalistici ed altro ancora - pochi sono gli spazi di manovra per provare ad aiutarli. In un paio di giovani, invece, Gianluca e i suoi collaboratori hanno intravisto la possibilità per uno spazio di intervento teso alla ricostruzione del loro futuro e ci hanno provato a renderlo concreto. Futuro che ora è di nuovo messo in discussione, perché i due ragazzi sono tornati a chiedere aiuto al loro direttore. I due ragazzi rischiano di perdere il lavoro e, con esso, la speranza di ricostruire per loro, le loro mogli, i loro figli un briciolo di normalità. Ma il rischio più concreto è che questi ragazzi ritornino ad inforcare il manubrio di un motorino e fare gli scippi, il calcio di una pistola e fare le rapine, diventare commesso della droga.

Conosco molto da vicino una delle storie positive per le quali Gianluca Guida chiede aiuto, ma ancora meglio conosco la persona che a quel ragazzo ha teso una mano. Si chiama Lucia ed ha voluto aiutare proprio lui, che ancora minorenne era componente della banda di criminali che una notte di agosto del 2009 le uccise il marito. Lo ha fatto da sola, anche se in parecchi su questo gesto di altruismo hanno provato a metterci il cappello, ma niente altro. È stata Lucia, con la sua sola forza, che ha provato a tirare fuori dalle sabbie mobili che rischiavano di reinghiottirlo una volta varcata la soglia di quel posto tanto bello, ma tanto intriso di sofferenza e di difficoltà. Lucia, nel tendere una mano a questo ragazzo, ha chiesto aiuto ed ha ottenuto solo promesse e nessun fatto concreto, ma non si è arresa. Voleva dare un segnale (e lo ha dato) che ce la si può fare, che i ragazzi che escono da Nisida, se aiutati, possono cambiare vita.

Una situazione drammatica e paradossale quella denunciata da Gianluca Guida e perseguita da Lucia. Si, paradossale e grottesca, perché da Nisida passano in tanti. Non c’è politico, capo di governo, ministro, parlamentare, candidato ad un qualsiasi ruolo, non c’è esponente dell’’esercito di professionisti della cosidetta lotta alla mafia che non sia passato da Nisida, che non abbia postato un commento sui social, passando da lì. A Nisida, come a Forcella, c’è sempre qualcuno pronto a fare uno spettacolo, a proiettare un film, a promuovere un dibattito a Nisida e per Nisida. Eccesso di teatralità, l’ho chiamato in un mio recente libro. Teatralità a volte necessaria, persino utile, ma il risultato, purtroppo, appare effimero ed è sotto ai nostri occhi e sta tutto nelle parole del direttore dell’istituto e nei titoli dell’articolo di Daniela De Crescenzo: «Sempre più disoccupati tra gli ex ragazzi di Nisida»; «Il direttore: a causa della crisi molti stanno perdendo il lavoro»; «Ho lanciato un appello finora caduto nel vuoto, dateci una mano».

La mia amica Lucia, quando ha incontrato l’assassinio di suo marito, si aspettava di trovare un mostro ed invece ha incontrato solo un ragazzo. Un ragazzo che se non aiutato, non sostenuto, rischia di ritornare mostro. Lucia, adottando persino la sua famiglia, ha voluto essere l’altra madre di quel ragazzo. Peccato che intorno a lui, e ad altri come lui, c’è una borghesia distratta, una classe dirigente sorda, una società matrigna.

Paolo Miggiano

 

 

 

 

 

 

 

Un defibrillatore per la rianimazione umana diventa simbolo per rianimare la comunità di Forcella

C’è un fuori e c’è un dentro a Forcella. Fuori il degrado, il disordine, le bancarelle di sigarette di contrabbando che nascondono anche altri più pericolosi e remunerativi traffici, macchine e motorini parcheggiati di traverso ad ostacolare anche il transito dei pedoni, negozi di alimentari, di frutta e verdura, di abbigliamento che espongono la loro merce al di là del marciapiede ed occupano il suolo pubblico (pagano le tasse?), rifiuti, donne sciatte, ragazzi, anche minorenni, senza casco e contromano, sfrecciano sui motorini, bische a cielo aperto, sale gioco piene di ragazzini intenti a giocare a biliardo e ai videogiochi, tanta camorra, e tanto tanto altro.

Dentro, invece, c’è Piazza Forcella, la Biblioteca dedicata ad Annalisa Durante che il suo papà ha voluto proprio lì dove sua figlia è stata uccisa. Ci sono i corsi di fotografia, il teatro, il cinema, la musica, le letture e tanti, tanti libri. Piazza Forcella, nonostante gli sforzi di Pino Perna e di tutti coloro che lì operano, continua a non essere quella che vorrei (quella che vorrei l’ho descritta nel mio libro dedicato ad Annalisa ALI spezzate, pubblicato per Di Girolamo Editore). Non è quella che vorrei, ma quello che c’è dentro Piazza Forcella stride fortemente con tutto ciò che la circonda. Stride, perché a Napoli, come molto opportunamente ha di recente sostenuto Roberto Saviano, c’è una borghesia (ed io aggiungo anche una classe dirigente e politica – ad eccezione di qualche assessore alla cultura che con pochi mezzi fa di tutto perché la cultura emerga), che è come quella della Colombia. E la città finisce per essere lo specchio di chi la governa, di chi la dirige, di chi dovrebbe investire e non lo fa. Quindi il fuori rimane un fuori molto simile ai sobborghi di Bogotà.

Qualche tempo fa, alcune mensole per la biblioteca Durante, furono donate da un falegname della provincia di Parma, perché qui a Napoli non c’era un falegname disponibile a fornirle a Giannino Durante, per collocare i suoi libri.

Dentro a Piazza Forcella c’è la vita. Fuori, per i vicoli, troppo spesso, ci si imbatte con la morte. A Forcella la sera del 19 febbraio, se la mano assassina non l’avesse portata via in una sera di primavera del 2004, si sarebbe festeggiato il ventinovesimo compleanno di Annalisa. Tuttavia, come facciamo ogni anno, qui dentro a Piazza Forcella si è festeggiato lo stesso. Anzi questa volta si è festeggiato di più, perché è arrivato un regalo. Un regalo importante e a portarlo, ancora una volta, non è stata la distratta borghesia napoletana.

Quest’anno, per il compleanno di Annalisa, è arrivata, una ragazza solare, venuta da Roma. Si chiama Vincenza Trentinella ed è la Presidente della Onlus “Gli Amici del Risveglio”, l’Associazione a fini benefici, che fino a qualche tempo fa era presieduta dalla Signora Maria Rosaria Mazzocco, vedeva del compianto Capo della Polizia, Vincenzo Parisi. La presidente dell’Associazione è arrivata a Piazza Forcella con un dono per la vita, un defibrillatore e lo ha consegnato nelle mani di Giovanni Durante e del presidente dell'associazione dedicata ad Annalisa, Pino Perna, con la benedizione di don Angelo Berselli, parroco dell'antica e meravigliosa chiesa posta all’incrocio con via Duomo. A gestirlo, dopo una formazione specifica, saranno il sacrestano e diversi cittadini e commercianti che si sono dichiarati disponibili a intervenire in caso di soccorso. Così, un defibrillatore per la rianimazione umana diventa simbolo per rianimare la comunità di Forcella.

Sulla teca del defibrillatore sono state posizionate due targhe: una intitolata ad Annalisa Durante e l'altra a Rita Ricciardelli, vittima meno nota, aggredita tempo fa a Napoli da un suo vicino di casa, che l'ha condotta prima in coma e poi alla morte. Presente, insieme ad amici e familiari, la figlia Vanessa. Giornalisti ed associazioni hanno fatto sentire la loro vicinanza, insieme ai bambini della Baby Song di Forcella e ai commercianti della Zona NTL – Napoli, Turismo & Legalità.

«La disponibilità del defibrillatore intende sottolineare che la morte di Annalisa non è rimasta vana e continua a favorire il salvataggio di altre vite», ha dichiarato il presidente Perna.

«Salvare le anime con i libri, salvare i bambini con la scuola musicale Baby Song, salvare il commercio con un’App per smart phone, salvare le vite con un defibrillatore – concludono Giovanni Durante e Pino Perna –: nella Zona Ntl, nata per promuovere la cultura e il turismo della legalità, tutto questo si può, grazie ad Annalisa».